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Le scie stellari col telefono: quando il mosso è il soggetto (Immagine generata con IA)
Immagine generata con IA

Le scie stellari col telefono: quando il mosso è il soggetto

Le scie stellari sembrano la fotografia che un telefono non può fare. Nascono da pose lunghissime, venti minuti, un’ora, e nessuna app di fotocamera mobile arriva vicino a quei tempi: di solito il tetto sta sui trenta secondi. C’è pure una ragione fisica sotto il limite commerciale, perché un sensore da telefono tenuto aperto per un’ora scalderebbe fino a restituire un rettangolo grigio pieno di puntini caldi. Il punto è che quelle pose interminabili non le usa quasi più nessuno, nemmeno chi ha la reflex piantata sul cavalletto accanto al vostro. La tecnica corrente è un’altra, e il telefono ci entra senza chiedere permesso.

Un’ora di cielo vale quindici gradi

La geometria è semplice quanto sembra: la Terra gira di 360 gradi in ventiquattro ore, quindi quindici gradi ogni ora. Un’ora di riprese traccia un arco di quindici gradi. Nel grandangolo principale di un telefono, che copre circa 74 gradi di campo orizzontale, quell’arco occupa un quinto della larghezza dell’inquadratura. Mezz’ora ne fa la metà. Dieci minuti producono due gradi e mezzo di scia, cioè cinque diametri lunari messi in fila: si vedono benissimo, e sembrano un mosso mal riuscito.

Quella misura vale per le stelle sull’equatore celeste, che percorrono il cerchio più largo. Salendo verso il polo i cerchi si stringono e le scie si accorciano, in proporzione al coseno della declinazione. È il motivo per cui la fotografia la decide l’inquadratura, prima di qualunque impostazione. Verso nord ottenete cerchi concentrici. Verso est o verso ovest le stelle sorgono e tramontano lungo diagonali quasi diritte, che entrano da un lato e escono dall’altro. A sud si aprono archi larghi e paralleli, concavi verso l’alto.

Il centro di quei cerchi cade vicino alla Polare, senza coincidere con lei. Secondo Sky & Telescope la stella dista oggi una quarantina di primi d’arco dal polo celeste, due terzi di grado scarsi, e la precessione dell’asse terrestre continuerà ad avvicinarla fino al marzo del 2100, quando toccherà i ventisette primi. Poi ricomincerà ad allontanarsi, con calma. Nella pratica vuol dire che anche la Polare lascia la sua traccia: un cerchietto largo un grado e un terzo, quasi tre diametri lunari, che in un ingrandimento al cento per cento si riconosce a colpo d’occhio.

Il massimo al posto della media

Qui il metodo si stacca da quello che l’app fa tutte le altre sere. Nel live stacking i fotogrammi vengono allineati sulle stelle e poi mediati, e la media è quella che fa il lavoro: il rumore cambia a caso da uno scatto all’altro e si annulla, il segnale sta sempre nello stesso posto e sopravvive. Per le scie si butta via metà di quella procedura. Nessun allineamento, visto che il movimento delle stelle è esattamente il soggetto. Nessuna media, perché mediare duecento posizioni diverse produce una nebbia debolissima al posto di una traccia.

L’operazione giusta è il massimo, pixel per pixel: fra tutti i fotogrammi si tiene il valore più luminoso. I software la chiamano fusione «lighten», ed è la stessa che trovate in un livello di Photoshop o dentro StarStaX. Una stella che nel primo scatto occupa un pixel e nel duecentesimo ne occupa un altro quindici gradi più in là, alla fine li riempie tutti e duecento, in fila. La scia è una collana di posizioni successive, cucita dal software.

Il massimo però ha un difetto speculare a quello della media, e conviene conoscerlo prima di mettere in coda trecento file. Tenendo sempre il valore più alto, ogni pixel di fondo cielo finisce per assumere il picco di rumore dell’intera serie: più fotogrammi aggiungete, più il fondo si alza e si sgrana, mentre nello stacking normale sarebbe successo l’inverso. I pixel caldi peggiorano ulteriormente il quadro, perché stanno sempre nello stesso punto e sono sempre luminosi: sopravvivono a qualunque fusione e nell’immagine finale diventano un cielo di stelline fisse che non esistono. Un pacchetto di dark scattati col tappo a fine sessione, sottratti prima di fondere, li toglie di mezzo in un passaggio solo.

Il buco fra uno scatto e l’altro

Chi fa le scie con una reflex combatte contro i trattini. Fra la fine di una posa e l’inizio della successiva la macchina scrive il file, e in quel secondo o due il cielo continua ad andare avanti: nella traccia resta un vuoto, e la collana diventa tratteggiata. Sono nate modalità di fusione apposta per riempire quei vuoti.

Col telefono il problema si scioglie da solo, e bastano due moltiplicazioni per vederlo. Il cielo scorre a poco più di quindici secondi d’arco al secondo, e un pixel del grandangolo ne copre una settantina: i conti li abbiamo già fatti qui. Un intervallo di due secondi sposta la stella di trenta secondi d’arco, meno di mezzo pixel. Il vuoto c’è, si calcola, non si vede. Perché diventi visibile serve un intervallo sopra i cinque secondi, e a quel punto avete un problema con l’app, non con la fusione.

Cosa impostare, e per quanto tempo

Tenete l’ISO più basso che registri ancora le stelle. È un consiglio che suona storto a chi arriva dal cielo profondo, dove si alza tutto pur di strappare il segnale debole, e qui si ribalta: le stelle che formano le scie sono luminose per definizione, mentre il rumore lo state per moltiplicare con l’operatore massimo. La posa singola dura quanto il cielo permette senza bruciare il fondo, quindici o venti secondi da un sito buio, anche cinque sotto i lampioni. Intervallo il più corto che l’app concede. RAW, sempre.

La durata complessiva decide se avete una fotografia o un provino. Sotto la mezz’ora le scie restano trattini timidi. Un’ora è il minimo per un’immagine che si regga da sola, e due ore attorno alla Polare danno archi abbastanza chiusi da leggersi come cerchi. Sono anche due ore di telefono che scatta senza pause: portate un powerbank, verificate lo spazio libero mentre siete ancora a casa, mettete la modalità aereo perché una notifica a metà serie vi costa quattro fotogrammi.

Fuoco e bilanciamento del bianco vanno bloccati a mano, ed è il punto in cui si rovinano più serate. Se l’automatico interviene al fotogramma centoventi, il colore del cielo salta, e la fusione per massimo non media niente: quel salto arriva intatto nell’immagine finale, sotto forma di banda netta.

Resta un vantaggio della sequenza che nessuna posa unica potrà mai avere. Un aereo attraversa il campo e rovina un fotogramma su trecento, e quel fotogramma si cancella dalla cartella prima di fondere: la scia perde venti secondi su un’ora, e nessuno se ne accorgerà mai. Nella posa unica lo stesso aereo si porta via la nottata. Lo stesso vale per il treno di satelliti Starlink, per la torcia frontale di chi arriva tardi al parcheggio, per la nuvola che passa e se ne va.

Il primo piano è metà del lavoro

Un cielo di cerchi concentrici, da solo, resta un esercizio di geometria applicata. Quello che rende leggibile una fotografia di scie è la cosa ferma che sta davanti: un albero isolato, un campanile, il profilo di una cresta, la sagoma di un rudere. Serve qualcosa che dichiari l’immobilità, così il cielo che ruota ha finalmente qualcosa contro cui ruotare.

Ed è qui che la Luna cambia mestiere. Per la Via Lattea è una condanna. Per le scie diventa un’alleata, perché illumina il primo piano di una luce fredda e uniforme che nessuna torcia sa imitare, e in cambio cancella soltanto le stelle più deboli, quelle che non avrebbero lasciato traccia comunque. Anche un cielo di periferia regge il colpo: le scie sono fatte di stelle brillanti e sopravvivono a un fondo che ammazzerebbe qualunque nebulosa. È una delle poche uscite in cui meteo e calendario lunare vi lasciano quasi sempre partire.

Le altre fotografie del cielo mostrano cose lontanissime e immobili. Questa mostra una cosa vicina che si muove, cioè il pavimento sotto il treppiede.

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Trasparenza: Questo articolo è stato scritto dalla redazione automatica di 3SIGNUM (claude-opus-5). È scritto nel manifesto, non è un segreto.

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